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Ruben Bondì: «Il mio brand? Cucino come parlo»

di Cibelle Dardi
Progetto senza titolo (4)
Dal balcone di casa alla TV e alle librerie: come il giovane cuoco romano ha conquistato il pubblico rimanendo fedele alle proprie radici.

Ci sono storie in cui il successo sui social non è il frutto di una strategia di marketing studiata a tavolino, ma la naturale conseguenza di un’autenticità rimasta intatta nel tempo. È il caso di Ruben Bondì, la cui avventura non è iniziata da un set patinato, ma da un balcone di Roma. È iniziato tutto per gioco durante la quarantena, complice una combinazione fortuita: con la cucina di casa in ristrutturazione, si è dovuto arrangiare trasformando il balcone in una cucina improvvisata con un semplice fornelletto da campeggio.

Tutto è cominciato quasi per scherzo, con una scommessa lanciata alla sorella minore: riuscire a superare i suoi follower nel giro di dieci giorni. Una scommessa vinta che si è trasformata nell’occasione perfetta per raccontare sui social la cucina giudaico-romanesca in modo verace, con l’immancabile invito «Aho, che te voi magnà?» e l’ironia genuina di chi, sapendo fare davvero il proprio mestiere, può permettersi di non prendersi troppo sul serio. Una visione che Ruben stesso riassume così: «Cucino come parlo: diretto, concreto, senza maschere».

Il suo percorso parte infatti da lontano: l’istituto alberghiero Vincenzo Gioberti, l’ingresso a soli quindici anni in cucine di peso — l’”Osteria Le Coq” al fianco dello chef stellato Roberto Franzin, uno stage nel due stelle Michelin “Il Pagliaccio” — fino al perfezionamento a Londra all’hotel a cinque stelle “The Ned”. Un bagaglio d’eccellenza che oggi riversa nel suo lavoro di personal chef, specializzato in cucina kosher e giudaico-romanesca. Quando ha iniziato a condividere i suoi video, non ha inseguito il modello dei grandi chef né si è adagiato sui cliché stellati. Ha preferito puntare sulla concretezza dei gesti e su un’immancabile grattugiata di scorza di limone, diventata una vera e propria firma editoriale.

Dal balcone di casa è approdato in televisione con quattro format dedicati su Food Network — da “Cucina in balcone” a “Cucina al mercato”, “Cucina al mare” e lo speciale a Sanremo — portando la sua genuinità tra i banchi rionali e le coste italiane. Ai successi televisivi si sono affiancati i libri di ricette, le incursioni sul set (dal film “Ricomincio da Taaac” alla collaborazione con Netflix per un progetto documentaristico su Ilary Blasi), oltre a importanti riconoscimenti: l’inserimento nella lista Forbes dei cento under 30 più influenti, il premio come miglior storyteller ai TikTok Awards e il ruolo di Champion della FAO nelle campagne per la gastronomia sostenibile.

In un panorama digitale spesso saturo di contenuti artificiali, la sua storia dimostra che la costanza e la fedeltà alle proprie radici sono la chiave migliore per costruire un legame solido con il pubblico. Come si consolida una crescita di questa portata, gliel’abbiamo chiesto direttamente.

Dalle brigate dei ristoranti e il lavoro da chef privato fino al balcone di casa durante il Covid: cosa cercava il Ruben di allora quando ha posizionato quel fornelletto e acceso la telecamera?

Il ragazzo che cucinava con un fornelletto sul balcone, in realtà, non cercava niente. Cercava solo di portare avanti la sua passione durante il Covid: ero malato, chiuso in casa, e avevo bisogno di un modo per esprimere quello che mi piaceva fare. Qualcosa che mi rappresentasse davvero. Il ragazzo che lavorava nei ristoranti faceva anche lo chef privato. Cucinare mi appassiona da quando ero bambino, l’ho amato profondamente, ma il percorso sui social è qualcosa che non avrei mai immaginato. L’idea di divulgare le ricette e le tradizioni della mia famiglia attraverso i video, però, l’ho avuta fin dagli inizi: stare davanti alla telecamera a cucinare mi è sempre piaciuto. I primi video li ho fatti quattordici anni fa, quando facevo il primo liceo. La mia pagina Facebook ne ha ormai quindici.

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Tormentoni come «Aho, che te voi magnà?» e l’immancabile grattugiata di limone: in quale momento preciso si è reso conto che quei dettagli spontanei stavano diventando un vero e proprio marchio di fabbrica?

Mi sono accorto di aver creato qualcosa quando la gente ha iniziato a dirmi «Aho, che te voi magnà?», la frase con cui inizio tutti i miei video, e poi c’è la scorza di limone, che banalmente è il tocco che metto su tutti i piatti. Anche lì, quando la gente ha iniziato a commentarlo dicendomi «La metti dappertutto!», ho capito di aver creato un format, che è poi il filo conduttore delle mie ricette anche oggi.

Web, tv e libri richiedono linguaggi diversi. Ma qual è l’aspetto del suo lavoro a cui non ha mai voluto rinunciare nel passare da un mezzo all’altro?

In tutti e tre i casi ho voluto a tutti i costi che rimanesse la genuinità di quello che faccio, non solo a livello di ricette, ma anche nel modo in cui racconto quello che faccio. Io sono convinto che sui social ci siano due tipologie di content creator: quelli che fanno ricette che stupiscono, quindi, la gente mette like perché vede quella ricetta inarrivabile, impossibile da fare, con attrezzatura che non c’è mai in casa, e quelli che invece fanno ricette semplici e replicabili. 

Cucina al Mercato con Ruben

Io appartengo a questa seconda categoria, ovviamente, e in tutti e due i miei libri ho messo ricette del genere. Nel primo libro c’è anche la parte gourmet, chiamiamola così, che è quella che faccio nelle mie cene private, ma che è comunque replicabile a casa. Tutto il resto delle ricette è semplice. Stessa cosa in televisione: io faccio ricette ovviamente replicabili, soprattutto in televisione, proprio perché la gente deve poterle rifare.

Cuoco, chef o content creator: quale di queste definizioni sente più sua oggi e qual è l’elemento che non deve mai mancare nel suo lavoro?

Ti direi che io sono tutte e tre le cose: un cuoco, un content creator… chef no. Devono andare di pari passo le cose. Questa è una caratteristica intoccabile: io, oltre a fare i video, sono una persona che ha cucinato per tutta la vita e che vuole continuare a farlo. Voglio che la passione non manchi mai in ogni cosa che faccio, perché è il vero motore che mi ha spinto fin qui. E poi mi piace che rimanga una cosa molto personale. Non ho tante persone che lavorano con me, mi piace tenere la cosa il più familiare possibile.

 

Cibelle Dardi

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