Ogni cappello di Patrizia Fabri nasce come espressione diretta di un’identità personale, trasformando il brand in un’estensione autentica del suo modo di pensare, sentire e creare.
Da sempre Patrizia Fabri, designer e storica della moda, ha un’idea ben chiara in testa: il cappello. Non un semplice accessorio, ma uno strumento identitario capace di raccontare chi lo crea e chi lo indossa. Convinta che sia indispensabile per sottolineare lo charme e l’eleganza femminile, Fabri ha costruito nel tempo un percorso professionale in cui formazione, sensibilità artistica e abilità manuale si fondono in un linguaggio riconoscibile. Dalla maturità artistica agli studi di Architettura, fino all’apertura della sua ditta individuale omonima, ogni esperienza ha contribuito a definire un personal branding che coincide pienamente con il suo brand di cappelli: ogni creazione racchiude il suo pensiero, il suo sentire, il suo modo di stare nel mondo.
Perché ha scelto proprio i cappelli per esprimere la sua creatività?
Non so di preciso, ho vagliato e fatto tante esperienze da giovane, fotografia, grafica, recitazione (ho fatto la clown per alcuni anni), architettura, pittura, ma evidentemente l‘incontro con il cappello, o meglio con questo storico laboratorio di cappelli, che poi nel 2003 è diventato il “mio laboratorio”, davanti al quale passavo tutti i giorni, si è consolidato dentro di me più delle altre esperienze. O meglio ha racchiuso in sé tutte le esperienze precedenti che a mio avviso si leggono ancora oggi in ogni singolo cappello che realizzo. Entrare, allora, e respirare a 17 anni l’aria di questo laboratorio, satura di profumi di paglia e legno e tradizioni del lavoro manuale, sicuramente ha lasciato un profondo segno dentro di me.

Come sviluppa e cura il suo brand?
Lo sviluppo soprattutto con ciò che emana ogni singolo cappello prodotto, pensato e soprattutto semplicemente sentito! Il resto viene da sé. Tra pazzia e presunzione. La mia più grande soddisfazione è creare emozione, stupore. Il cappello di per sé, essendo un oggetto oramai desueto, di cui più nessuno conosce più, il potere comunicativo e simbolico, aiuta nell’ arte dello stupire, ma poi, il riuscire a fermare l’attimo di creatività, ispirazione ed emozione , che magicamente rimane intriso nel cappello, amplifica il mio obiettivo e la mia soddisfazione: emozionare.
Chi sono le sue clienti ideali?
Il mio pensiero, la mia femminilità e sensibilità, che lascio in ogni cappello, attirano più le donne. Perché sono pronte a giocare, ad emozionarsi, ad interpretare e soprattutto a trasformarsi senza filtri, anche attraverso i cappelli più spettacolari. Non temono il giudizio. Gli uomini sono più “pacati”, come del resto può leggersi nello svolgersi della trasformazione della storia del costume, operano piccoli impercettibili cambiamenti, che danno meno soddisfazione.
Cosa pensa dell’aforisma della scrittrice statunitense Emily Post: «Per una donna è impossibile essere chic senza cappello»?
Penso che il cappello sia l’accessorio (anche se limitativo definirlo tale) che più ci rappresenti. Quello che meglio di ogni altra cosa, possa parlare di noi. Il cappello è un amplificatore, anche per l’importanza della parte del corpo in cui va indossato, del nostro io. E soprattutto della nostra relazione con gli altri. Quindi più che chic, direi che è impossibile per una donna essere veramente se stessa senza un cappello, sentito e ben indossato.
Quali sono le maggiori soddisfazioni che trae dal suo lavoro?
La fusione. Quando riesco a perdere la razionalità, il pensiero logico, strutturato ed il mio fare, le mie mani si fondono con l’oggetto che sto realizzando (mi succede anche con le sculture di creta, che adoro realizzare). In quel momento, il pezzo diventa unico ed è intriso del mio dna e di quella ricerca dell’armonia che è tipica del mio modo di essere. Poi da lì, di nuovo, lo stupore di chi carpisce tutto ciò, e si emoziona. Un circolo vizioso, una dipendenza, tra me, l’oggetto che nasce e chi lo usa.

Photo: Facebook
Cos’è l’eleganza per lei?
La spontaneità e l’educazione, il portare rispetto per i luoghi e le persone, le situazioni.
Quali messaggi essenziali vuole trasmettere attraverso il suo brand?
Il bello, il buono, l’autenticità, l’unicità, le tradizioni (come segno d’identità ed appartenenza) e il made in Italy. «Sono romana di Roma» (come si dice qui da noi), la cultura, l’arte, che si respirano qui ti forgiano inesorabilmente. Di questo ne sono immensamente fiera e orgogliosa.
Quanto tempo impiega per una creazione?
Dipende. A volte una frazione di secondo, a volte molto più tempo. Gli oggetti che nascono dall’istinto e dalla movenza libera delle mani che si muovono da sole sono quelli che più sento miei. Poi certo, cappelli realizzati per Roberto Capucci o per Valentino hanno richiesto ben altro che istinto e spontaneità.
Photo cover: Facebook
