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Luca Furfaro: «Il mio compito è semplificare la complessità»

di Giorgio Nadali
cover furfaro
Dalla pandemia alla trasformazione digitale, il consulente del lavoro è oggi un facilitatore di equilibrio e innovazione. Per Luca Furfaro, l’ascolto, la fiducia e la coerenza sono gli strumenti chiave per incidere davvero.

Unire competenza normativa e visione strategica, restando fedeli a valori solidi come fiducia, rispetto e coerenza: è questo il tratto distintivo dello Studio Furfaro, realtà torinese specializzata in consulenza del lavoro per imprese innovative e internazionali. Luca Furfaro, fondatore dello studio, racconta un approccio professionale che punta a semplificare la complessità, valorizzare il capitale umano e accompagnare la crescita delle aziende con soluzioni concrete e sostenibili. Una visione etica e pragmatica della consulenza, costruita sul dialogo, sull’impegno e sull’impatto positivo.

Quale parte del suo lavoro ama di più e perché?

Quello che trovo più significativo nella mia professione è la possibilità di contribuire, in modo concreto, a un equilibrio tra esigenze aziendali e tutele dei lavoratori. Il ruolo del consulente del lavoro si colloca in un punto di incontro tra interessi diversi, e questo lo rende particolarmente stimolante. Affronto quotidianamente situazioni eterogenee che richiedono attenzione, aggiornamento e capacità di mediazione: aspetti che rendono il lavoro dinamico e mai ripetitivo. Inoltre, interfacciarsi con realtà sempre diverse, dalle startup alle aziende multinazionali, rende l’attività sempre stimolante e coinvolgente. I successi di un’azienda diventano risultati professionali.

 

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In cosa si distingue rispetto ai competitor?

Mi considero una persona attenta, riconoscere di non avere tutte le risposte mi ha insegnato il valore dell’ascolto e della collaborazione. Osservo con attenzione e cerco sempre di cogliere spunti da chi mi sta intorno, convinto che ogni interazione possa offrire un’occasione di apprendimento. In merito alle competenze, nel corso del tempo ne ho affinate alcune che considero centrali per il mio ruolo: la conoscenza della normativa, ma soprattutto la capacità di analisi e una buona attitudine nella gestione di contesti complessi. Tendo ad affrontare le problematiche con un approccio pragmatico, cercando di tenere insieme esigenze operative e coerenza normativa, con attenzione alla sostenibilità delle soluzioni nel medio-lungo periodo. Questo mi ha dato la possibilità di consolidarmi come esperto in settori come il welfare, la mobilità internazionale e l’impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro.

Come comunica le sue caratteristiche?

Attraverso i miei canali social, il sito dedicato allo studio e recentemente con il libro «Il lavoro da offrire, la proposta da accettare», edito da Franco Angeli e scritto con Valentina Marini e Filippo Poletti: una guida per affrontare le scelte professionali e pensare a proposte allineate ai nuovi incisivi cambiamenti nei rapporti tra persone e lavoro.

Cosa significa la parola “successo” per lei?

La parola “successo” ha conosciuto, nel tempo, un’evoluzione significativa. Nella sua origine latina – successus, dal verbo succēdere – indicava semplicemente la conseguenza di un’azione, un esito che poteva essere positivo o negativo. Era, dunque, un termine neutro, privo delle sfumature valoriali che oggi gli attribuiamo. Con il tempo, questo significato si è spostato sempre più verso un’accezione positiva, fino a identificare il “buon esito” o il “raggiungimento di un obiettivo”. Nel contesto contemporaneo, fortemente influenzato da logiche consumistiche, il successo viene spesso associato quasi esclusivamente alla ricchezza materiale, alla visibilità o all’affermazione personale, come se l’unico parametro di misura fosse la quantità di denaro o di riconoscimento pubblico accumulato. È una visione diffusa, ma parziale.

 

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Per me, il successo ha un significato diverso e più profondo. Non coincide con l’apparenza o con l’accumulo, ma con la realizzazione: non tanto in termini individualistici, quanto nella capacità di generare valore attorno a sé, soddisfacendo bisogni reali, costruendo relazioni fondate sulla fiducia e rimanendo fedeli ai propri principi. Significa vedere riconosciuto il proprio impegno attraverso il benessere altrui, sapere di aver agito con coerenza e aver contribuito, anche in misura modesta, al miglioramento dell’ambiente in cui si opera e delle persone con cui si collabora. In questo senso, successo e impatto positivo coincidono: non si tratta di emergere, ma di incidere, con serietà e responsabilità. Una soddisfazione che non ha bisogno di essere ostentata, perché trova il suo senso nell’utilità concreta e nella qualità delle relazioni costruite.

Quali sfide ha dovuto affrontare nella consulenza del lavoro e perché?

Se la pandemia ha reso evidente l’importanza del ruolo consulenziale in contesti critici, oggi la sfida non si è esaurita: è cambiata forma. Viviamo in un periodo segnato da una continua evoluzione normativa, che richiede attenzione costante e capacità di sintesi. Parallelamente, assistiamo all’introduzione sempre più rapida di strumenti digitali, tecnologie e nuovi modelli organizzativi, che impattano anche il modo in cui la consulenza viene erogata. Questo scenario impone una trasformazione culturale e operativa: non basta più essere aggiornati, è necessario essere preparati al cambiamento, saperlo anticipare e accompagnare. In questo senso, il mio impegno quotidiano non è solo interpretare le norme, ma aiutare i clienti a orientarsi con consapevolezza, costruendo soluzioni sostenibili, anche dal punto di vista umano, relazionale e tecnologico.

Come leader, come incoraggia il suo team?

Ritengo importante costruire un ambiente basato sulla fiducia, sulla chiarezza dei ruoli e sulla valorizzazione delle competenze individuali. Ma fondamentale per me è anche dare l’esempio, l’amore per quello che si fa, la voglia di fare, l’impegno nel proprio lavoro non possono essere solamente delle richieste. Cerco di favorire una collaborazione autentica, in cui ognuno possa sentirsi parte attiva del processo, assumendosi responsabilità ma anche potendo contare su un confronto costante e su un supporto attivo. Lavorare insieme, in un clima costruttivo e trasparente, è ciò che permette al gruppo di crescere e affrontare meglio le sfide quotidiane. C’è da dire che non è semplice, diffidenza a priori o differenze visioni generazionali minano la possibilità di comunicazione. 

 

Giorgio Nadali

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