Dalla macelleria ai social, dai festival alla televisione: il personal branding di Fabrizio Nonis, ambasciatore del gusto, punta sulla valorizzazione di territori, tradizioni e lavoro di squadra.
Non solo un macellaio, ma un narratore del gusto e del Made in Italy. Fabrizio Nonis – in arte Bekér – ha saputo trasformare una passione autentica in un progetto professionale capace di unire tradizione, comunicazione e valorizzazione del territorio. Cresciuto in Canada all’interno di una famiglia di origini italiane, da anni è un volto noto della TV e della divulgazione enogastronomica, capace di portare il mondo della carne, e non solo, dalla televisione ai social, dai libri fino ai festival. Nel suo racconto della tradizione gastronomica italiana, Nonis mette al centro l’identità del macellaio-chef-ambasciatore attraverso autenticità, trasmissione di valori e un linguaggio diretto e accessibile a tutti. Tra radici locali e visione internazionale, tra storytelling, media e progetti di valorizzazione territoriale, il suo brand personale si intreccia infatti con i territori che racconta, dimostrando come il cibo e la sua tradizione possano essere strumento di crescita culturale, economica e sostenibile.
Quando ha iniziato questo lavoro e con quali obiettivi? E cosa vuol dire “Bekér”?
Il mio percorso nasce quasi per caso ma con una passione che avevo dentro da sempre. Arrivo da una famiglia semplice, metà friulana e metà veneta, e sono cresciuto in Canada con il profumo della carne e delle griglie che accompagnavano ogni festa, ogni domenica in compagnia. Il nickname “Bekér” nasce proprio da lì: il macellaio, colui che conosce la carne non solo come alimento, ma come cultura, storia e convivialità e che avesse un’identità territoriale ben definita tra Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Photo: Sconfinando srl di Fabrizio Nonis
Ho iniziato a portare questo mondo in televisione e nel digitale perché volevo portare una narrazione autentica: la carne era spesso vista in modo superficiale o, peggio, stereotipato. Io invece volevo raccontare il prodotto, i tagli, le tradizioni regionali, ma anche la modernità e l’innovazione che stanno dietro al lavoro di allevatori, macellai, cuochi e chef. Gli obiettivi? Semplici e ambiziosi allo stesso tempo: valorizzare il mestiere, spiegare senza tecnicismi e portare le persone “dietro le quinte” di quello che mettono in tavola.
Quali sono gli episodi più significativi nella sua carriera?
Gli episodi significativi sono tanti. Ricordo come se fosse ieri quando Gioacchino Bonsignore venne a registrare le mie primissime puntate di “Gusto” su Canale 5 direttamente nella mia macelleria di Cinto Caomaggiore, in provincia di Venezia. Per i clienti fu uno spettacolo vedere le telecamere dentro quel piccolo paese, e soprattutto in quel luogo che per loro era la quotidianità. Un altro momento che porto nel cuore è stata la mia prima volta in Rai, grazie alla mia mentore Antonella Clerici e al team de “La Prova del Cuoco” e “È sempre mezzogiorno”. Entrare nelle case degli italiani e delle italiane con le mie ricette non da cuoco, ma da macellaio, facili e replicabili, è stato davvero un orgoglio.
E poi ci sono le esperienze che hanno portato la cucina italiana nel mondo: essere tra gli Ambasciatori del Gusto, l’associazione che riunisce i professionisti del patrimonio agroalimentare ed enogastronomico italiano, mi ha dato l’opportunità di portare i prodotti e la cucina italiana a Bangkok, New York, Mumbai, Dubai, Nuova Delhi, Barcellona. E ogni volta ho sentito la responsabilità di rappresentare l’Italia con le sue tradizioni. Negli ultimi anni, infine, essere ambasciatore per la candidatura della cucina italiana a Patrimonio immateriale Unesco è stato un ulteriore tassello di questa mia missione. Raccontare non solo la carne, ma un patrimonio di storia e cultura gastronomica italiana che appartiene a tutti noi.
Quanto conta “metterci la faccia” nel suo mestiere e per trasmettere il suo messaggio?
Per me metterci la faccia è fondamentale. Nel mio lavoro non porto solo un prodotto, una ricetta o una tecnica: porto una storia, un’identità, un modo di vivere la convivialità. Se non ci fossi io in prima persona a raccontarlo, con i miei errori, i miei sorrisi e la mia passione, resterebbe tutto più freddo e distante. Il pubblico oggi non cerca solo informazioni, cerca autenticità.

Photo: Fabrice Gallina
E la credibilità te la costruisci proprio così: guardando negli occhi chi ti segue, assumendoti la responsabilità di quello che dici e facendo capire che dietro a quel piatto o a quel programma c’è una persona vera. Significa anche difendere la tradizione della macelleria e della cucina italiana con trasparenza, con un linguaggio diretto e chiaro. È il modo più semplice per trasmettere fiducia e passione, due ingredienti che non devono mai mancare quando parli di cibo.
Quale mezzo di comunicazione predilige tra tv, social network, festival culinari, libri e stampa tradizionale? E quale ha più impatto sul suo pubblico?
In realtà non ne ho uno che prediligo assolutamente sugli altri: ogni mezzo ha un linguaggio e un pubblico diverso, e credo che la forza stia proprio nel saperli usare tutti, adattandosi al contesto. La televisione rimane il mezzo che dà più autorevolezza: arriva in milioni di case, parla a un pubblico ampio e trasversale, e per me è stata ed è tuttora la base su cui ho costruito la mia credibilità. I social network, invece, hanno un impatto immediato e diretto: lì il pubblico non solo guarda, ma commenta, chiede, critica, interagisce. È un dialogo continuo, ed è fondamentale per capire cosa interessa davvero alle persone ma a volte è troppo veloce e non lascia traccia.
I festival e gli eventi live sono un’altra dimensione ancora: lì c’è il contatto umano, la stretta di mano, il profumo della carne che cuoce e la convivialità che nessuno schermo potrà mai sostituire. Infine i libri e la stampa tradizionale hanno un valore più “lento”, ma molto profondo: chi sceglie di leggerti ti dedica tempo e attenzione, e questo crea un legame diverso, più intimo. Se però devo dire quale ha più impatto sul pubblico, oggi probabilmente sono i social: sono quelli che creano la relazione quotidiana. Ma è proprio la combinazione di tutti questi strumenti che fa la differenza: ognuno rafforza l’altro, e insieme costruiscono un racconto completo e credibile.
Lei si occupa anche di storytelling e promozione territoriale-culturale in qualità di “ambassador” in Italia (soprattutto regionale). Cosa è cambiato negli anni nel mondo della comunicazione enogastronomica italiana ed estera?
Negli ultimi anni la comunicazione enogastronomica è cambiata tantissimo. Una volta era più didascalica, quasi accademica: si raccontavano i piatti o i prodotti in modo tecnico, spesso con un linguaggio lontano dal grande pubblico. Oggi invece conta molto di più lo storytelling, la capacità di emozionare e di far vivere un territorio attraverso il cibo. In Italia questo è evidente: non basta dire che un prodotto è buono, bisogna raccontare chi lo fa, dove nasce, quale tradizione porta con sé. È quello che cerco di fare come ambassador: unire cultura, territorio e cucina in un’unica narrazione che sia autentica, coinvolgente e che abbia un cuore e un anima.
All’estero ho notato un’altra cosa: c’è un enorme rispetto per l’Italia, ma anche tanta curiosità. Quando, ad esempio, ho lavorato in Marocco con il programma tv “Marrakchef Express”, ho visto quanto fosse forte l’interesse per la nostra cucina, ma allo stesso tempo quanta voglia ci fosse di dialogo e contaminazione. Questo mi ha insegnato che lo storytelling non è mai a senso unico: è uno scambio, un ponte tra culture. In generale credo che oggi la comunicazione enogastronomica funzioni quando riesce a essere “vera”: meno autoreferenziale, più aperta alle persone, capace di far capire che dietro a un piatto c’è sempre un pezzo di storia e di identità.

Photo: Sconfinando srl di Fabrizio Nonis
Un consiglio per le persone che vogliono intraprendere il suo mestiere?
Il consiglio che darei è di non avere fretta e di non pensare che la televisione o i social siano l’unico traguardo. La base dev’essere la competenza: studiare, fare esperienza, sporcarsi le mani in macelleria, in cucina, nelle aziende agricole, nei mercati. Solo così si ha qualcosa di autentico da raccontare. È fondamentale anche essere curiosi e avere umiltà. Non si smette mai di imparare, e ogni persona che incontri – un allevatore, uno chef stellato, un turista – può insegnarti qualcosa.
I programmi televisivi di cucina possono essere una bella vetrina, certo, ma non sono la strada obbligata. Io credo che chi vuole fare questo mestiere debba prima di tutto costruire la propria identità, trovare la propria voce, senza inseguire scorciatoie. La verità è che questo lavoro non è solo presentare o cucinare davanti a una telecamera: è saper comunicare, fare squadra, gestire progetti, avere visione imprenditoriale. Chi è disposto a metterci passione, costanza e tanta fatica… allora sì, troverà la sua strada.
Qual è il suo “segreto” o la sua ricetta per rimanere sempre aggiornato negli anni e per affinare le sue tecniche da storyteller? Lavora da solo o in team?
Se c’è un segreto, forse è quello di non pensare mai di essere arrivato. In questo mestiere bisogna restare curiosi: leggere, viaggiare, osservare, ascoltare. Ogni incontro, ogni piatto, ogni tradizione popolare può insegnarti qualcosa di nuovo. Per rimanere aggiornato cerco sempre di avere lo sguardo aperto. Non solo sulla carne o sulla cucina, ma anche sulla comunicazione, sulle nuove piattaforme, sui linguaggi che cambiano.
È così che lo storytelling rimane vivo e non diventa mai ripetitivo. Un altro elemento fondamentale è il lavoro di squadra. È vero, davanti alla telecamera ci sono io, ma dietro c’è un team che mi supporta in tutto, dalla scrittura dei format, alla produzione, alla parte digitale. Da solo non potrei fare quello che faccio: lo considero un mestiere collettivo, dove le idee nascono dal confronto. Quindi la mia “ricetta” è semplice: curiosità, studio continuo, condivisione e autenticità vera! Sono gli ingredienti che ti permettono di rimanere al passo e, soprattutto, di raccontare sempre con passione.
Photo cover: Sconfinando srl di Fabrizio Nonis
