A vent’anni dal primo film, il sequel ribalta il mito del giornalismo e racconta una verità scomoda: il talento non basta più se non è visibile. Tra licenziamenti improvvisi, metriche spietate e crisi dei media, emerge un mondo dove il personal branding diventa sopravvivenza.
«Tutti vogliono essere noi» è una delle frasi più iconiche del film “Il Diavolo veste Prada” e forse nel 2006, quando uscì, era davvero così. Ma adesso?
Chi lavora nei media, chi costruisce un’identità professionale o semplicemente chi osserva il cambiamento dell’editoria si ritrova inevitabilmente dentro “Il Diavolo veste Prada 2”, uscito a vent’anni dal primo capitolo. Ci si ritrova anche la sottoscritta, per cui il primo film è stato uno dei tanti motivi che l’hanno portata a scegliere questo lavoro. E proprio oggi che sono stati assegnati i premi Pulitzer del 2026 occorre fare una riflessione sul mondo del giornalismo.
Il film segue ancora Andy Sachs, ormai giornalista affermata, che durante una serata di gala scopre via sms di essere stata licenziata insieme alla sua redazione: un evento plausibile, se si considerano i licenziamenti di massa che hanno colpito le testate internazionali negli ultimi anni o mesi (Condé Nast, per rimanere in tema “Vogue”, ha comunicato da pochissimo la chiusura dell’edizione italiana di Wired).
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Il sequel è un (amaro) specchio di un settore in crisi, dove la domanda è: «C’è ancora qualcuno disposto a pagare per informarsi?». Il vero tema del film è, stavolta, la precarietà strutturale del lavoro intellettuale. Non conta più il percorso, né il prestigio accumulato. Conta la sostenibilità economica immediata. E soprattutto, la capacità di generare attenzione.
Dalla competenza alle metriche: il nuovo potere
Se nel primo film Miranda Priestley (ispirata ad Anna Wintour, attuale Global Editorial Director di Vogue) incarnava il potere assoluto, oggi appare quasi marginale. Non perché sia cambiata lei, ma perché è cambiato il sistema. Il potere si è spostato altrove: nelle mani di investitori miliardari, algoritmi e piattaforme.
La scena in cui Andy, tornata a lavorare per la rivista Runway come “Features editor” (che in italiano sarebbe la responsabile degli articoli di approfondimento) presenta vari pezzi capaci di influenzare l’opinione pubblica, ricevendo però una risposta gelida — «Ma chi lo ha letto?»— sintetizza perfettamente la crisi dell’autorevolezza. Perché la qualità non è più sufficiente.
Il punto, però, è che nel film la giornalista è chiamata ad “aiutare” Runway proprio per una crisi di autorevolezza: la rivista (e Miranda Priestley) è finita sotto accusa per aver esaltato un brand di fast fashion, poi emerso come problematico. Da un lato, i social media hanno esasperato il crollo della credibilità della testata, dall’altro è tangibile il progressivo indebolimento di Priestley all’interno della casa editrice Elias–Clarke, proprio mentre l’AD e suo figlio iniziano a valutare tagli al personale e possibili riorganizzazioni aziendali.
Autorevolezza: da opzione a necessità
È qui che il film si intreccia con una riflessione centrale per il mondo business. Come spesso sottolinea Gianluca Lo Stimolo, Direttore editoriale di questo magazine, l’autorevolezza non è più un accessorio, ma un asset strategico.
In un mercato saturo di comunicazione, l’invisibilità è il vero nemico. E l’autorevolezza diventa la leva per combatterla. Non solo a livello umano — costruendo fiducia presso clienti e partner — ma anche tecnologico. Essere presenti su testate riconosciute significa aumentare esponenzialmente le probabilità di essere trovati, citati e scelti.
Non è più sufficiente “esserci” online. Bisogna essere riconosciuti. È un paradosso che definisce il nostro tempo: mai così tanti contenuti, mai così poca attenzione autentica. Il percorso di Andy riflette questa trasformazione: nonostante talento e dedizione, fatica a emergere in un sistema che premia visibilità e posizionamento (ma poi ci riesce).
E il passaggio di Emily, sua ex collega, verso il mondo dei brand di lusso non è un dettaglio narrativo, ma un trend reale: sempre più giornalisti e giornaliste migrano verso la comunicazione aziendale, dove l’autorevolezza si traduce direttamente in valore economico. Qui farò uno spoiler necessario per far emergere un concetto: anche se la rivista viene salvata, persino Miranda si chiede per quanto durerà.
In un mondo che misura tutto, cosa resta davvero?
“Il Diavolo veste Prada 2” funziona perché non offre soluzioni né consolazioni. Racconta una crisi reale: quella dell’autorevolezza, del giornalismo e, più in generale, della costruzione di valore professionale.
In questo scenario, forse vince proprio ciò che non si può quantificare completamente: la credibilità, la fiducia e la capacità di essere riconosciuti come voce autorevole.
Photo cover: Press Kit “The Devil Wears Prada 2” da Disney UK
